Gli Alberi
La desertificazione della pianura continua ad un ritmo serrato, filari, piantate doppie e semplici, alberi secolari d’aia o di incrocio, vengono abbattuti e non sostituiti in omaggio ad un errato valore economico della terra che essi “sono accusati di occupare”. Meli selvatici e prugne, albicocchi e querce, nespoli, siepi di more e biancospini vengono tolti di mezzo, mai sostituiti o tutt’al più sostituiti da abeti o pini che non fanno sporco di foglie poi da raccogliere, o non fanno frutti che bisogna raccogliere faticosamente e che nessuno vuole più comperare.
Gli alberi tra i primi sono diventati inutili.
Gli alberi non ci servono più come legna da ardere perché le nostre case sono riscaldate in altra maniera, giusto qualche caminetto per scenografia, per romanticismo, ma non per togliere il freddo.
Non ci servono più per costruirvi sopra il pollaio e per difenderlo dalle faine, perché i polli vengono allevati in batterie standardizzate e protette.
Non ci servono più per sorreggere i filari delle viti perché i pali di cemento sono più pratici, non necessitano di manutenzione o potatura, non soffrono il gelo.
Non ci servono più per l’ombra, perché chi lavora i campi ha macchine con vetri azzurrati, radio, aria condizionata, occhiali da sole.
Non ci servono più per la bellezza perché i loro rami sono a volte troppo scomposti, sporcano con le loro foglie, hanno bisogno di troppo spazio; meglio i piccoli sempreverdi più regolari e con foglie più facili da potare, meglio gli arbusti dai nomi esotici.
Non ci servono nemmeno più per la loro poesia perché a chi mai interessa più la poesia oggi, chi legge libri di poesia, a chi mai interessa la poesia per capire il senso della vita?
Si possono forse sostituire con alberi di plastica e gomma, come già avviene in qualche piscina, in qualche ipermercato.
Sta quindi scomparendo un elemento fondamentale del paesaggio perché ritenuto non più valido dal punto di vista economico, e con lui stanno scomparendo molti colori del verde.
E si potrebbe continuare parlando dei fossati, delle belle case sei -settecentesche in rovina, delle piantate doppie o semplici…………….
ma andremmo troppo fuori tema.
Tuttavia è venuto il momento-e questo è un invito formale -che qualcuno prenda a scrivere una sorta di Enciclopedia della Pianura, come Predrag Matvejevic ha fatto per il Mediterraneo e faccia un libro altrettanto bello ed importante per definire la storia, i cambiamenti e le immutabilità, gli elementi comuni e le diversità, i progressi, la vita di quel gran mare che è la pianura padana.
Tratto da “Verso Casa” una prospettiva bioregionalista.
Graziano Campanini