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DIMENSIONI PERDUTE

 

La nostra generazione ha vissuto due epoche diametralmente opposte. Quando io abitavo al Moro Storto, l’orizzonte era precluso dalla folta vegetazione campestre la quale, inondata dal sole, rifletteva una luce verde oro simile ai riflessi delle dorate cetonie o (mosche d’oro), che da ragazzini facevano volare in quel cielo di cobalto al guinzaglio di un filo tolto dal rocchetto della mamma.

Di tanto in tanto rompeva quel tranquillo assonnato silenzio il tinnire degli arnesi dei fabbri del Canaletto, della Dogana e di Ravarino che battevano (l’agmira), il vomere o forgiavano i ferri dei cavalli e a mezzogiorno si rincorrevano i festosi doppi dei campanili di Ravarino e Crevalcore, mentre più lontani, in un eco sfumata rispondevano quelli di Nonantola e Sant’Agata.

Invisibili, immersi nell’impenetrabile verde profondità, s’udivano talvolta i contadini (parare il bestiame) con monastiche voci, raramente concitate. Orizzonti sconfinati senza definita dimensione, offrivano le valli di Crevalcore, la partecipanza di Nonantola ed i Beni Comunali di Sant’Agata: ma un mondo irreale, quasi invisibile, parevano quelle lande desolate.

Di notte, l’intensa oscurità faceva sfavillare il luccichio delle stelle, mentre or vicini or lontani s’udivano per le strade i canti delle allegre brigate giovanili ed il pesante passo dei possenti cavalli dei birocciai ritmava il tintinnio delle sonagliere appese ai loro basti.

L’industrializzazione dell’agricoltura e l’attività di un pingue ricavo immediato hanno spazzato via piantate, filari, cavalletti, carrate, siepi ed uniformato il nostro paesaggio ( Ravarino non più giardino dell’Emilia) alle povere lande sopra citate liberando gli orizzonti all’infinito.

Dalla mia casa di Ravarino vedo distintamente Crevalcore, e se allungo una mano mi par toccarlo.

Incessante è il rumore della notte in una atmosfera artificiale: vedo dalla mia finestra brillare le luci di Crevalcore e della Crocetta, più in là il chiarore di Cento e di San Giovanni ed all’orizzonte l’albore delle infinite luci di Bologna, talché occorre quasi forzare l’occhio per distinguere le stelle.

In questo infinito cielo notturno è certamente impossibile vedere pulsare il grande respiro dell’universo che con il suo lento e alternato palpitodi chiarore e d’oscurità incombeva su di noi mentre pescavamo lungo la Bergnana od il Gallego o gli altri corsi d’acqua dei dintorni

 

                                                                                                    BRUNO LODI

 

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Gli Alberi

 

La desertificazione della pianura continua ad un ritmo serrato, filari, piantate doppie e semplici, alberi secolari d’aia o di incrocio, vengono abbattuti e non sostituiti in omaggio ad un errato valore economico della terra che essi “sono accusati di occupare”. Meli selvatici e prugne, albicocchi e querce, nespoli, siepi di more e biancospini vengono tolti di mezzo, mai sostituiti o tutt’al più sostituiti da abeti o pini che non fanno sporco di foglie poi da raccogliere, o non fanno frutti che bisogna raccogliere faticosamente e che nessuno vuole più comperare.

Gli alberi tra i primi sono diventati inutili.

Gli alberi non ci servono più come legna da ardere perché le nostre case sono riscaldate in altra maniera, giusto qualche caminetto per scenografia, per romanticismo, ma non per togliere il freddo.

Non ci servono più per costruirvi sopra il pollaio e per difenderlo dalle faine, perché i polli vengono allevati in batterie standardizzate e protette.

Non ci servono più per sorreggere i filari delle viti perché i pali di cemento sono più pratici, non necessitano di manutenzione o potatura, non soffrono il gelo.

Non ci servono più per l’ombra, perché chi lavora i campi ha macchine con vetri azzurrati, radio, aria condizionata, occhiali da sole.

Non ci servono più per la bellezza perché i loro rami sono a volte troppo scomposti, sporcano con le loro foglie, hanno bisogno di troppo spazio; meglio i piccoli sempreverdi più regolari e con foglie più facili da potare, meglio gli arbusti dai nomi esotici.

Non ci servono nemmeno più per la loro poesia perché a chi mai interessa più la poesia oggi, chi legge libri di poesia, a chi mai interessa la poesia per capire il senso della vita?

Si possono forse sostituire con alberi di plastica e gomma, come già avviene in qualche piscina, in qualche ipermercato.

Sta quindi scomparendo un elemento fondamentale del paesaggio perché ritenuto non più valido dal punto di vista economico, e con lui stanno scomparendo molti colori del verde.

E si potrebbe continuare parlando dei fossati, delle belle case sei -settecentesche in rovina, delle piantate doppie o semplici…………….

ma andremmo troppo fuori tema.

Tuttavia è venuto il momento-e questo è un invito formale -che qualcuno prenda a scrivere una sorta di Enciclopedia della Pianura, come Predrag Matvejevic ha fatto per il Mediterraneo e faccia un libro altrettanto bello ed importante per definire la storia, i cambiamenti e le immutabilità, gli elementi comuni e le diversità, i progressi, la vita di quel gran mare che è la pianura padana.

 Tratto da Verso Casauna prospettiva bioregionalista.

                                                                                 Graziano Campanini

 

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